9 C’è stato un tempo – e non erano secoli fa – in cui le persone non si sentivano la «depressione» nelle ossa, in cui i centri per il controllo delle malattie non definivano la depressio
Trang 1Gary Greenberg
STORIA SEGRETA DEL MALE OSCURO
Come tanti, anche Gary Greenberg ha provato in prima persona l'inspiegabile e persistente calo d'umore, la vertigine da svuotamento dell'Io, la contrazione allo stomaco che toglie ogni vitalità, l'angoscia di non riuscire ad affrontare il giorno successivo, mentre l'orizzonte man mano si contrae E si è chiesto perché oggi la scienza abbia ricomposto queste sofferenze in un quadro patologico chiamato "depressione" Una malattia vera e propria, diagnosticabile e curabile come l'artrite o il diabete, e diffusissima L'ennesimo trionfo della medicina o piuttosto l'apertura, attraverso la prescrizione in massa degli antidepressivi da parte dei medici generici, di un immane mercato per le case farmaceutiche?Cercando di vedere chiaro nel passaggio di rango dell'antica melanconia, Greenberg procede con la impertinenza di chi sa grattar via lo smalto dai paludati protocolli scientifici per accertare di quale lega siano fatti Si muove su un terreno familiare, da psicoterapeuta
e da paziente abituato all'oscurità del dolore La sua inchiesta però non si lascia contagiare dalla tristezza del proprio oggetto, anzi assume i toni irresistibili della scorribanda rivelatrice, e alla fine del libro più trascinante
e documentato scritto sull’argomento i suoi dubbi diventano i nostri: l’idea che l’infelicità sia riducibile a un difetto biochimico che una pillola è in grado di riequilibrare, o a un vizio di pensiero che il terapeuta cognitivo provvede a correggere, è solo funzionale a fabbricare nuova depressione medicalizzata Si vuole rimettere a nuovo il Sé senza fare i conti con l’unico
Trang 2elemento pertinente, la storia personale Così non possiamo che condividere l’esortazione di Greenberg a «non lasciare che i medici della depressione ci facciano ammalare».
Trang 3Gary Greenberg svolge attività di psicoterapeuta nel Connecticut I suoi interessi sono rivolti in particolare agli intrecci tra scienza, politica ed etica, a
cui ha dedicato il saggio The Noble Lie When Scientists Give the Right
Answers for the Wrong Reasons (2008) Collabora a «Harper’s Magazine»,
«The New Yorker», «Wired», «Discover», «Rolling Stone», «Mother Jones»
Trang 5Storia segreta del male oscuro
Trang 6Suona le campane che ancora possono risuonare / dimentica l’offerta
perfetta ogni cosa ha la sua fessura / è così che entra la luce
Leonard Cohen, Anthem
Trang 7
1
Molluschi
Quando Betty Twarog apre la porta delle sue stanze nei sotterranei del Darling Marine Laboratory della University of Maine, vieni investito da una folata di aria salmastra e dal rumore assordante dell’acqua pompata dal porto
di Boothbay L’acqua fischia, si vaporizza e gorgoglia nelle tubature, per poi passare in grandi vasche scure piene di ricci, stelle marine e altre strane creature, prima di finire nuovamente nel porto In mezzo a questa confusione provo a urlare le mie domande a Twarog, ma lei con una decisa scossa del capo mi fa segno di tacere Avrà paura, penso, che disturbi i suoi molluschi,
le larve di vongole e i pettini in gestazione nel secchio su cui è chinata Mi spiega che estrarre le dosi giuste da tre miscugli di alghe che ribollono nei barili di plastica della stanza a fianco e darle in pasto ai suoi piccoli assistiti richiede la massima attenzione E allora continua per mezz’ora a lavorare in religioso silenzio È una donna esile, dritta come un fuso, ha i capelli lunghi tirati all’indietro, con l’attaccatura a «punta della vedova» Si muove con la disinvoltura di chi queste azioni le ripete da ormai cinquant’anni A guardarla non si direbbe, ma Betty Twarog ha settantasette anni
Un’altra cosa che non si direbbe osservandola mentre si occupa dei suoi molluschi è che Betty Twarog ha fatto una delle scoperte scientifiche più importanti del ventesimo secolo, la scoperta che ha cambiato il corso delle neuroscienze e della medicina e ha rivoluzionato il modo in cui pensiamo noi stessi Nel 1952, venticinquenne fresca di dottorato in un mondo di soli uomini, inseguendo un’intuizione su un vecchio mistero irrisolto, Twarog scoprì la serotonina nel cervello, e pose così la pietra angolare della rivoluzione degli antidepressivi
Non era certo quello che aveva in mente In realtà, voleva solo rispondere alla questione aperta nel 1884 da Ivan Pavlov – sì, proprio
quell’Ivan Pavlov – quando aveva fatto una breve incursione nel mondo degli
invertebrati.1 Pavlov, che si trovava a Lipsia con una borsa di perfezionamento, stava cercando di capire i segreti della digestione Il movimento del cibo attraverso il tratto alimentare è legato per lo più al
funzionamento dei muscoli lisci Pavlov si propose di studiare il byssus
Trang 8retractor, il muscolo liscio che il Mytilus edulis, la comune cozza, utilizza
per chiudere la propria valva In particolare gli interessava capire come era possibile che il mitile riuscisse a tenere chiuse le valve senza dissipare più energia di quella che era in grado di assorbire
Pavlov non rimase a lungo sul problema Nel solo articolo che pubblicò sull’argomento prima di riprendere le ricerche che lo portarono al Nobel (e al successivo interesse per i riflessi di salivazione nei cani) accennò solo una risposta Settant’anni più tardi Betty Twarog, per ragioni che lei stessa fatica ancora a spiegare, non seppe resistere al fascino di quel mistero irrisolto Era convinta di avere la soluzione: ma era troppo bello per essere vero, troppo fuori dagli schemi per essere credibile Finché la Abbott Pharmaceuticals le offrì i mezzi per risolvere il caso
La Abbott aveva spedito campioni di un composto appena sintetizzato a scienziati affermati di tutto il paese, tra cui John Welsh, maestro di Twarog a Harvard La molecola non aveva ancora un nome o, per essere più precisi, ne aveva diversi I chimici la chiamavano 5-idrossitriptamina, per la sua struttura molecolare Per alcuni biologi si chiamava invece enteramina, perché era stata trovata nell’intestino di polipi e calamari; mentre per quelli che l’avevano trovata nel sangue era serotonina La casa farmaceutica aveva chiesto agli scienziati di studiare quei campioni per capire di che cosa si trattasse esattamente, quali fossero gli effetti di quella molecola e come potesse essere usata Dal nuovo composto, la Abbott sperava di ricavare un farmaco o un agente farmacologico Non aveva neanche lontanamente idea di quello in cui si era imbattuta
Twarog però un’idea ce l’aveva, o almeno così pensava A suo parere, Pavlov si era avvicinato alla soluzione ben più di quanto credesse «La cosa stupefacente» mi ha detto «è che ancora oggi è l’articolo di Pavlov a spiegare
il controllo di questi muscoli Pavlov insisteva sul fatto che si contraggono in seguito a una stimolazione nervosa e che rimangono contratti finché non ricevono un segnale contrario dal sistema nervoso parasimpatico» Ciò
significava che la cozza non blocca il suo byssus per poi stringere forte, come
si stringe un pugno attorno a qualcosa; al contrario, chiude la valva, come un lucchetto, finché non arriva un segnale che la apre, come una chiave
A differenza di Pavlov, Twarog poté beneficiare di una scoperta fatta nel 1921 da uno scienziato tedesco, Otto Loewi, che stava studiando il modo
in cui i nervi trasmettono i segnali ai muscoli Loewi si era chiesto se si
Trang 9trattasse di un processo esclusivamente elettrico o se fosse mediato in qualche modo da agenti chimici La notte di Pasqua, raccontava Loewi, la soluzione gli era venuta in sogno Si era quindi precipitato in laboratorio per estrarre i cuori da due rane e immergerli separatamente in acqua salata, dove avrebbero continuato a battere Aveva lasciato attaccati i nervi che controllano la frequenza del battito: il nervo vago, che la rallenta, e il centro cardio-acceleratore che fa l’opposto, come dice il nome Con una batteria aveva trasmesso una scarica elettrica al nervo vago: il cuore aveva rallentato, proprio come si aspettava Poi aveva preso dell’acqua salata dalla stessa vasca e l’aveva fatta gocciolare nella soluzione in cui era immerso l’altro cuore Quando anche quel cuore aveva rallentato senza alcuno stimolo elettrico, Loewi aveva potuto concludere che a rallentare il cuore era stato un agente chimico rilasciato dal nervo vago e non l’elettricità Aveva ripetuto l’esperimento sul centro cardio-acceleratore, ottenendo lo stesso risultato, e alle cinque del mattino del lunedì di Pasqua il principio della neurotrasmissione chimica era stato dimostrato
Quando Twarog cominciò a interessarsi alle cozze il principio di Loewi era già noto, ma gran parte degli scienziati credeva che gli agenti chimici del tedesco – l’acetilcolina e l’epinefrina – fossero gli unici due neurotrasmettitori Invece Twarog era sicura che ce ne fosse un altro – quello che usava la cozza per chiudere e schiudere la sua valva – e sospettava che si trattasse dell’agente chimico che la Abbott aveva mandato in giro
Nel maggio del 1952 Twarog e Welsh diposero alcune cozze su un
tavolo da laboratorio Non appena la serotonina Abbott le colpì, il byssus
retractor si ritrasse Twarog aveva ragione: era la serotonina il
neurotrasmettitore mancante
Un nuovo neurotrasmettitore era una novità inquietante per l’ortodossia scientifica Nulla però in confronto alla conclusione a cui era giunta Twarog, che sfiorava l’eresia: la scienziata sosteneva infatti che la serotonina si trovava anche nel cervello dei mammiferi, e quindi, naturalmente, nel cervello umano A quei tempi la maggior parte dei biologi riteneva che gli esseri umani fossero diversi dal resto del mondo animale e che il cervello fosse diverso dal resto del corpo Pensavano che i segnali elettrici saltassero
da una parte all’altra del cervello come scintille, il che significava tornare all’idea cartesiana della ghiandola pineale che invia messaggeri eterei per connettere l’anima al corpo
Trang 10Per Twarog un ragionamento di questo tipo era «pura idiozia intellettuale» Non aveva alcun senso dal punto di vista scientifico: «quale poteva mai essere la differenza tra il cervello e il resto del corpo?», mi ha chiesto, ancora incredula dopo tanti anni «Tuttavia secondo i biologi i nervi funzionavano in quel modo, a prescindere dalla loro collocazione» E, cosa forse più importante, quel ragionamento lasciava a desiderare anche dal
punto di vista filosofico «Hai presente la poesia di Tennyson Fiore in un
muro screpolato?» Me l’ha recitata a memoria: «Fiore in un muro screpolato,
/ ti strappo dalle fessure, / ti tengo qui, radici e tutto, nella mano, / piccolo fiore – ma se potessi capire / che cosa sei, radici e tutto, e tutto in tutto, / saprei che cosa è Dio e cosa è l’uomo»
Due anni più tardi Twarog si trasferì nell’Ohio per seguire il marito, che aveva ottenuto un posto all’università Non si voleva dare per vinta e fece domanda per lavorare con Irvine Page, un medico della Cleveland Clinic che stava studiando il ruolo della serotonina nella regolazione della pressione sanguigna Il giorno del colloquio pioveva a dirotto e, ricorda, «sembravo uno di quei trofei che i gatti ti portano in casa» Ancora fradicia, Twarog descrisse a Page le sue condizioni di lavoro ideali: un laboratorio, un assistente e il tempo per studiare la distribuzione della serotonina nel cervello Lui la sottopose a un terzo grado – in fondo, la sua ipotesi contraddiceva tutto ciò che gli era stato insegnato sul sistema nervoso – ma alla fine le concesse un tavolo e un tecnico Nel giro di un anno Betty Twarog aveva trovato la serotonina nei cervelli di ratti, cani e scimmie
Il suo primo articolo – quello sull’esperimento di Harvard – fu pubblicato solo nel 1954.2 Non era stata neanche ricontattata dall’editor del
«Journal of Cell Physiology» – Detlev Bronk, rettore della Johns Hopkins University – finché John Welsh, il suo professore di Harvard, non aveva chiamato per informarsi sull’articolo Bronk era stato categorico: non avrebbe certo chiesto ai suoi colleghi di valutare un articolo di pure congetture su un argomento così importante, per di più scritto da un’emerita sconosciuta In realtà, mentre l’articolo ammuffiva sulla scrivania di Bronk, altri scienziati più affermati di Twarog giungevano a conclusioni simili alle sue sulla serotonina Una volta pubblicati i loro risultati, allora Twarog poté dire la sua La stessa sorte toccò all’articolo scritto con Irvine Page3 sulla serotonina cerebrale, che dovette aspettare che i pezzi grossi si pronunciassero Oggi però nessuno contesta il fatto che sia stata lei la prima a fare entrambe le
Trang 11scoperte
Betty Twarog tornò presto al suo primo amore, la biologia marina Nel frattempo molti altri continuarono a studiare la biologia della neurotrasmissione, e nel giro di un decennio stabilirono che l’elettricità in realtà non vola da un neurone all’altro come gli angeli, ma che il cervello funziona su base chimica, come il resto del corpo Ancora oggi, a distanza di più di mezzo secolo, nuovi neurotrasmettitori continuano a comparire sotto il microscopio, e le particolarità del loro metabolismo sono tuttora in fase di studio
Nessuna di queste scoperte risulterebbe interessante al di fuori dei laboratori, se non fosse per alcune fortuite osservazioni fatte nei primi anni cinquanta Per esempio, che un farmaco antitubercolotico capace di indurre un’inattesa (ma non sgradita) euforia inibiva un enzima che abbatteva il livello di serotonina; o che l’LSD (lysergic acid diethylamide, dietilammide dell’acido lisergico), già famoso per i suoi profondi effetti sulla coscienza, presentava una struttura chimica simile alla serotonina Sulla base di queste e altre scoperte, gli scienziati iniziarono a elaborare una teoria: e cioè che la malattia mentale in generale, e la depressione in particolare, sono causate da
«squilibri» dei neurotrasmettitori, specialmente della serotonina Non è difficile immaginare quale interesse una simile teoria poteva avere per le industrie farmaceutiche Già nel 1958 furono immessi sul mercato farmaci studiati per curare la depressione agendo su questi supposti squilibri Nel
1987 fu introdotto il Prozac Ventidue anni dopo sono più di trenta milioni gli americani che fanno uso di antidepressivi – la maggior parte dei quali agisce sulla serotonina – per un costo annuo di più di dieci milioni di dollari:4 un successo oltre ogni aspettativa, che la Abbott non si sognava minimamente quando inviò la serotonina al laboratorio di John Welsh
Così iniziano le più belle storie scientifiche: con una scoperta casuale che porta un grande cambiamento nella nostra vita quotidiana Ecco l’impresa di Betty Twarog: prendi un’idea geniale, una grande determinazione e una buona dose di fortuna; mettici l’evidente contrasto tra
la mancanza di notorietà e la portata della scoperta; aggiungici una scienza appassionante, e alla fine avrai non solo una grande storia, ma anche un ottimo esempio del modo in cui gli scienziati ci portano sul Parnaso, in
Trang 12questo caso le vette della felicità e della salute Una buona storia scientifica
ha il potere di farci sentire ottimisti riguardo al progresso e alle sorti dell’umanità
Non è il genere di storia che racconterò in questo libro
Gli antidepressivi non sono tra le scoperte che contribuiscono senza ambiguità al miglioramento della nostra specie Probabilmente il sospetto ti era già venuto Chi non è vissuto fuori dal mondo nell’ultimo mezzo secolo, e specialmente negli ultimi vent’anni, sa che «serotonina» è un termine entrato nel lessico di tutti i giorni, e che il Prozac e i suoi parenti chimici – conosciuti come inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina, o SSRI (selective serotonin reuptake inibitors) – sono diventati il primo prodotto che gli americani tengono nell’armadietto dei medicinali E le controversie che sono seguite sono altrettanto note Sicuramente sono state argomento di conversazione con amici e parenti – o con te stesso, quando ti sei chiesto se la tua felicità o le tue preoccupazioni non fossero segni di quella malattia chiamata depressione, o quando il medico ti ha staccato una ricetta e hai esitato a comprare i farmaci Oppure quando hai preso una pillola, ti sei sentito meglio, e ti è venuto spontaneo chiederti : «Ma che vorrà dire?» Probabilmente, da tutte queste discussioni sei uscito più confuso di prima, perché una cosa che gli antidepressivi non fanno è porre fine alla confusione sugli antidepressivi Ci vorrebbe un altro farmaco per questo
E anche un altro libro E non sarò certo io a tirarti fuori dalla confusione In parte perché la confusione su cui mi concentrerò non riguarda
tanto i farmaci quanto le patologie che si propongono di curare, la malattia
della depressione Ma anche perché chi si prende il rischio di leggere un libro
di uno psicoterapeuta vecchio stile come me deve essere pronto ad accettare una certa dose di confusione Sono infatti convinto che quando in ballo ci sono questioni importanti e complesse la cosa migliore sia rimanere nell’incertezza il più a lungo possibile, convivere con un conflitto interiore piuttosto che porvi fine, resistere a se stessi invece di diventare un altro, capire come si sia arrivati a un momento importante e non infilare la testa sotto la sabbia per tirare a campare
Lo snodo a cui tutti noi siamo giunti è cruciale In questo libro mostrerò
come ci siamo arrivati, come siamo arrivati a un momento nella nostra storia
in cui è normale, se non obbligatorio, considerare l’infelicità una malattia E non solo: proverò a convincerti che quando si parla di antidepressivi e dei
Trang 13disturbi che curano, la domanda da porsi non è soltanto se sia il caso di prendere una pillola contro l’infelicità, o se sia una buona idea chiamare l’infelicità «depressione clinica» La posta in gioco è alta: ne va di noi, di quello che siamo e di quello che vogliamo essere, del significato della nostra umanità
Se ti sembra già troppo, ascolta che ne pensa Peter Kramer
Una delle cose più strane nella rivoluzione degli antidepressivi, un indizio del fatto che non si tratti di pura biochimica, è che i farmaci che l’hanno scatenata – quegli SSRI che fecero la loro prima apparizione negli Stati Uniti nel 1988 – non sono più efficaci di quanto lo fossero quelli appartenenti alla generazione di farmaci inventati all’indomani della scoperta
di Betty Twarog.5 E non è che siano molto efficaci Il più delle volte, anzi,
negli esperimenti clinici, non danno risultati migliori dei placebo.6 Nella vita reale (che in genere dura più a lungo di un esperimento e in cui si può modificare il dosaggio e cambiare la marca) sembra che abbiano effetti positivi circa nel 60 per cento dei casi Viene da pensare che, se la depressione fosse davvero un fatto biochimico e se i farmaci fossero davvero mirati sulle cause responsabili, funzionerebbero meglio di così Certo, la prima ipotesi è astratta: nonostante gli sforzi – e nonostante ciò che i medici raccontano ai loro pazienti quando prescrivono degli antidepressivi – gli scienziati devono ancora trovare anche una sola anomalia cerebrale correlata alla depressione, per non parlare di una che ne sia la causa
Le ragioni che spiegano il boom degli antidepressivi nonostante queste scomode verità sono tante Certo uno dei fattori più importanti è stato il libro
di Kramer La pillola della felicità,7 che è andato a ruba a metà degli anni novanta, più o meno nello stesso periodo in cui le prescrizioni di Prozac cominciavano a invadere i ricettari E non credo si tratti di una coincidenza Kramer diede voce a qualcosa di cui tutti noi – pazienti, parenti e amici, medici e industrie farmaceutiche – avevamo bisogno: una giustificazione credibile per l’assunzione di farmaci il cui effetto principale era farci stare
meglio con noi stessi La pillola della felicità ha indubbiamente contribuito a
spianare la strada agli antidepressivi
Kramer esordisce come molti altri sull’argomento: a tentoni, con l’atteggiamento di chi sta cercando qualcosa, senza mai sbilanciarsi troppo
Trang 14Ma una volta preso l’abbrivio, la sua tesi a favore dell’assunzione di farmaci – non solo per curare la depressione, ma per «ricostruire il Sé», come recita il sottotitolo originale del libro – acquista forza, si trasforma in una moderata
ma inequivocabile apologia E se qualche perplessità sorge già sul titolo – la Eli Lilly non avrebbe potuto chiedere di meglio per il lancio del prodotto – il fatto che l’approvazione venisse non da un pubblicitario ma da un esperto neutrale, da un testimone oculare della rivoluzione, sensibile, onesto – uno che scrive bene – non ha fatto che aumentare il favore nei confronti dei farmaci
meglio delle precedenti trecento pagine scervellandosi sulle implicazioni del ricorso ai farmaci per risolvere i propri problemi, Kramer arriva alla conclusione che farsi domande del genere è ormai ozioso:
Per adesso, farsi delle domande sulla virtù del Prozac … suona come se
ci stessimo chiedendo se per Freud sia stata una buona cosa scoprire l’inconscio Una volta che siamo consapevoli dell’inconscio – una volta che abbiamo assistito agli effetti del Prozac – è impossibile immaginare il mondo moderno senza di loro Come la psicoanalisi, il Prozac esercita la propria influenza non solo interagendo con i singoli pazienti, ma anche attraverso il suo impatto con il pensiero contemporaneo Col tempo, credo che arriveremo
a scoprire che la psicofarmacologia moderna è diventata, proprio come la psicoanalisi ai tempi di Freud, lo scenario culturale teatro della nostra vita.8
Gli effetti collaterali più significativi degli antidepressivi, dice Kramer, sono il modo in cui cambiano la concezione di noi stessi La loro azione non
si limita quindi alla neurochimica, ma all’importanza che le attribuiamo A questo punto, non ha senso interrogarsi sulle virtù di questi farmaci, non più
di quanto non ne avrebbe chiedersi perché d’inverno faccia freddo È un finale ironico per un libro che dice ben poco oltre a esaltare le virtù del Prozac, e che tanto ha fatto per anticipare quel «clima di opinione» nel quale pensiamo alla nostra infelicità come a una malattia
Kramer ha preso a prestito l’espressione «clima di opinione» dall’elegia
di W H Auden, In memoria di Sigmund Freud Freud, scriveva Auden, non
Trang 15era più soltanto una persona: «Egli in silenzio accompagna la nostra crescita; / si dilata al punto che gli stanchi perfino / nel più remoto e infelice ducato / sentono il cambiamento nelle ossa e si rallegrano» 9
C’è stato un tempo – e non erano secoli fa – in cui le persone non si sentivano la «depressione» nelle ossa, in cui i centri per il controllo delle malattie non definivano la depressione «il comune raffreddore della malattia mentale»,10 in cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità non sosteneva che
la depressione fosse «la maggiore causa di disabilità … e il quarto fattore che contribuisce alla spesa globale per le malattie».11 Può darsi che i medici siano diventati più bravi a riconoscere la depressione, o che la vita oggi esiga troppo da noi e che quindi la neurochimica ereditata con la selezione naturale non basti più O forse sono il riscaldamento globale, uno stato di guerra diffuso, il collasso economico mondiale, insomma, queste condizioni irreversibili, a farci ammalare di preoccupazione Certo, tutte queste spiegazioni per l’apparente epidemia di depressione hanno un fondo di verità
Ma c’è un’altra spiegazione possibile: ogni clima di opinione ha la sua particolare forma di maltempo La depressione clinica – l’infelicità fatta malattia – è la nostra
I climi di opinione non sono calati dall’alto Se così fosse, se la scoperta
di Betty Twarog avesse semplicemente portato a un cambiamento improvviso, a un cataclisma nel modo in cui pensiamo alla nostra infelicità e
ai modi per gestirla, allora nel 1995 non sarebbe mai scoppiato il dibattito tra David Wong e Arvid Carlsson sulle pagine di «Life Sciences» Wong, lo scienziato della Eli Lilly che scoprì per primo la formula del Prozac, affermò tra le righe che il suo farmaco era stato il primo SSRI;12 un’affermazione che Carlsson, vincitore del Nobel per il suo lavoro pionieristico sulla neurochimica del morbo di Parkinson, non gli lasciò passare Carlsson sapeva
il fatto suo, perché aveva inventato il primo SSRI, lo zimeldine, che la casa farmaceutica svedese Astra Zeneca aveva immesso sul mercato come antidepressivo sotto il nome di Zelmid nel 1982, cinque anni prima del Prozac La rivista fu obbligata a ritrattare e a pubblicare le proprie scuse
La ragione per cui l’affermazione avventata di Wong era sfuggita agli editor di «Life Sciences» – la stessa per la quale con tutta probabilità nessuno
ha mai sentito parlare dello Zelmid – è che la Astra non prese mai troppo sul
Trang 16serio il proprio farmaco, non lo considerò una gallina dalle uova d’oro O almeno così viene da pensare, dato che alla vigilia della sua introduzione negli Stati Uniti, quando cominciò a sembrare che i pazienti che assumevano Zelmid fossero soggetti a contrarre una rara neuropatia, la sindrome di Guillain-Barré, la Astra decise di non affrontare gli studi necessari per capire quale fosse la connessione Si limitò a ritirare il farmaco dagli scaffali I dirigenti dell’industria non pensavano che per un antidepressivo ci fosse abbastanza mercato da giustificare tali studi agli occhi degli azionisti O, per dirla in un altro modo, non pensavano che nel mondo ci fossero abbastanza depressi
A giudicare dalla propensione dell’industria a investire ingenti somme
di denaro per minimizzare la connessione tra farmaci, violenza e suicidi, sembra che questo non sia più un problema
Il cambiamento climatico è lento e impercettibile e, una volta avvenuto, una volta che ci si è dentro fino al collo, è invisibile A ben guardare, però, è difficile non accorgersene
Ad esempio, mettiamo che tu non riesca a superare un blocco o una perdita; sei preoccupato, inquieto, incline al pianto, rifiuti il sesso e altri piaceri, mangi troppo e dormi poco Insomma, non ti godi più la vita come
prima E diciamo che sei restio a pensare di avere una malattia, ma, d’altra
parte, sei stufo marcio di sentirti così, e in una notte insonne, navigando in internet, finisci su depressionisreal.org, una coalizione formata da «sette gruppi di medici affermati, avvocati e semplici cittadini che hanno unito le forze per informare le persone sulla vera natura della depressione e sui modi per vivere con successo anche soffrendo di questa malattia le cui cause sono biologiche».13 Puoi scaricare un podcast del Down & Up Show che promette
di «distinguere tra realtà e invenzione» sulla depressione; o scoprire i tassi di depressione negli Stati Uniti; leggere di donne e depressione, di depressione e comunità ispaniche; o scaricare un calendario che tiene traccia dell’umore; o addirittura fare un test che ti dice se sei depresso o meno Se il responso è positivo, ti vengono date indicazioni su chi contattare il giorno dopo oppure puoi, con un click, farti consolare in diretta da Paul Greengard, un medico che, si dà il caso, ha condiviso il premio Nobel con Arvid Carlsson In camice bianco, Greengard ti rassicura con questo messaggio:
Trang 17
C’è chi sostiene che la depressione sia tutta nella tua testa Giusto Ma anche sbagliato Giusto perché la depressione è nella testa, o, più precisamente, nel cervello Anzi, abbiamo visto come distrugge le connessioni tra cellule cerebrali
Ma dire che la depressione è tutta nella tua testa è anche sbagliato Non c’è nulla di immaginario nella depressione È una patologia grave, che ha ripercussioni su ogni aspetto della salute di una persona.14
E Greengard non è il solo medico – e nemmeno il solo Nobel – a lanciare questo messaggio, che ha saturato la cultura popolare americana a tal punto da non poter essere ignorato E qualche effetto positivo l’ha avuto L’idea per cui la depressione è una patologia curabile ha permesso alle persone di rivolgersi al medico per parlare della propria sofferenza, una sofferenza cui altrimenti difficilmente avrebbero trovato rimedio La stessa idea ha evitato suicidi, ha tenuto unite famiglie, ha aiutato persone a non perdere la propria produttività E ha avuto enormi benefici sulla ricerca neuroscientifica : proprio il fatto che l’industria fosse interessata a studiare farmaci che curassero la depressione ha aperto i forzieri ai ricercatori che studiano il funzionamento del cervello
Ciò nonostante, c’è qualcosa che, se non si può dire esattamente immaginario, nella depressione è del tutto inventato Greengard lascia solo
due scelte: che la depressione sia vera, il che nel linguaggio corrente significa che è il risultato di eventi a livello neurochimico; o che sia falsa, cioè un
prodotto della nostra immaginazione malata e della nostra scarsa determinazione Così facendo trascura però una terza possibilità: cioè che
non sia creata da noi, ma per noi; che la depressione – o almeno la versione
che ce ne sta dando Greengard – sia fabbricata ad arte
La depressione è sicuramente un malanno, alla cui base, in alcuni casi, può esserci senz’altro una specifica, anche se ancora sconosciuta, patologia
cerebrale: una malattia, nel senso comune della parola È un’idea forte e allo
stesso tempo affascinante : se siamo, diciamo così, infelici, allora vuol dire che soffriamo di una malattia cerebrale, che in linea di principio non è diversa da qualsiasi altra malattia Quest’idea si è affermata, è diventata parte del modo in cui pensiamo noi stessi, parte dell’incessante chiacchiericcio nella nostra testa (o nei nostri cervelli?), il metro di giudizio con cui misuriamo la nostra vita
«Sono abbastanza felice?» È una domanda che presiede alla riflessione
Trang 18americana sul Sé da quando Thomas Jefferson dichiarò che gli Stati Uniti erano il primo paese sulla faccia della terra votato alla ricerca della felicità
«Forse non sono abbastanza felice perché sono malato?», invece, è una domanda sorta negli ultimi vent’anni In questo senso la depressione è fabbricata ad arte: non come malattia, ma come una vera e propria idea sulla sofferenza, sulla sua origine e su come alleviarla, insomma su chi siano coloro che questa sofferenza la vivono e su chi invece saranno una volta guariti Senza quest’idea di fondo, il mercato degli antidepressivi sarebbe relativamente piccolo Grazie a questa idea, invece, il mercato degli antidepressivi è praticamente illimitato
Il mio primo attacco di depressione iniziò nel 1987, in concomitanza con la fine del mio primo matrimonio Non che non volessi il divorzio Anzi, l’idea era stata mia, un’idea espressa nel più classico e nondimeno ignobile dei modi: mi ero innamorato di un’altra Ora ripenso a quella trasgressione come a un peccato benedetto, visto che il mio tradimento aveva tirato fuori
me e mia moglie da una disperazione alla quale nessuno dei due sembrava avere il buon senso di porre fine Eravamo come due comete che si erano scontrate nel profondo spazio interstellare La collisione ci aveva ormai esauriti, non rimanevano che freddo e oscurità e, almeno da parte mia, un opprimente mucchio di rimproveri a me stesso
Avevo trent’anni, di giorno facevo lo psicologo e di notte studiavo per
il dottorato in psicologia, e verrebbe naturale pensare che a un certo punto – quando mi ritrovai steso sul pavimento a fissare per ore i granelli di polvere che si muovevano attraverso i raggi del sole (giusto perché incrociavano il mio sguardo, perché guardare qualsiasi altra cosa o chiudere gli occhi e guardare il buco nero che avevo dentro sarebbe stato uno sforzo troppo grande), dilaniato da un dolore non meglio specificato, come se fossi ridotto a
un arto fantasma, pensando alla pubblicità del telefono salvavita, quella in cui uno cade e non riesce a rialzarsi – verrebbe da pensare, insomma, che giunto
a tal punto mi sia venuto in mente di essere depresso A ben pensarci, l’idea
mi sfiorò anche Ma nel 1987 «depresso» non significava ancora ciò che avrebbe significato nei vent’anni successivi Allora si trattava solo di una definizione comoda, qualcosa da dire a un amico o a se stessi, una scorciatoia che lasciava i dettagli – la sindrome dell’arto fantasma, i granelli di polvere,
Trang 19il telefono salvavita – all’immaginazione Ora è una malattia
A dire il vero, la depressione era già una malattia nel 1987; solo che non era così ben conosciuta È entrata ufficialmente nella lista delle malattie più o meno nella sua attuale formulazione a partire dall’uscita, nel 1980, della
terza edizione del Manuale statistico e diagnostico dei disturbi mentali della
American Psychiatric Association.15 Il DSM (come viene chiamato il
manuale dagli addetti ai lavori) è un compendio di disturbi psicologici ripartiti in gruppi (disturbi affettivi, disturbi legati all’uso di sostanze, disturbi psicotici) a loro volta suddivisi in tipi di diagnosi (disturbi depressivi maggiori, dipendenza da alcol, schizofrenia) Si tratta di uno strumento indispensabile al mercato delle cure Non soltanto fornisce una tassonomia dei disturbi mentali, che dà a noi terapeuti la possibilità di scambiarci pareri
in modo sintetico e di farci sentire appartenenti a un’unica corporazione; ma assegna anche a ogni tipo di angoscia un codice a cinque cifre Scritto su una ricetta, quel numero magico apre i forzieri delle assicurazioni, garantendo che, siccome noi terapeuti siamo effettivamente impegnati a curare una malattia, e non stiamo, per dire, seduti in poltrona a svelare alla gente il senso della vita, saremo pagati per il disturbo che ci prendiamo Questo è il motivo
per cui l’edizione corrente del DSM (la quarta, e la quinta è prevista per il
2013) si trova sugli scaffali della quasi totalità dei terapeuti, me compreso Come opera letteraria il DSM è impagabile Fornisce una
rappresentazione della sofferenza senza nulla dire sulla sua origine, su che cosa significhi, o sui possibili rimedi Sembra che i suoi autori se ne siano stati su Marte a osservare il nostro scontento con il telescopio
Come si vedrà più avanti, è proprio ciò che gli autori della terza edizione, che si discostava radicalmente dalle prime due, avevano in mente
Si proponevano di innescare una rivoluzione nella psichiatria, una disciplina che in precedenza non aveva avuto remore nel rilasciare dichiarazioni su assunti ritenuti teorici (nelle parole di alcuni, metafisici) circa l’origine, la natura e le cause del disagio mentale Ci vollero circa dieci anni, e l’introduzione di alcuni nuovi farmaci, perché la rivoluzione fosse completa, almeno per quanto riguarda la depressione Se il mio episodio fosse avvenuto dieci anni più tardi, avrei avuto molte più probabilità di raggiungere il telefono salvavita, di ricevere diagnosi e cure appropriate e di entrare nelle statistiche del CDC (Center for Disease Control and Prevention) e dell’OMS
In linea di principio, non mi sarei sottratto a questo percorso ; anzi,
Trang 20come dirò più avanti, le pillole (anche se non quelle che uno si aspetterebbe)
mi aiutarono finalmente a rimettermi in carreggiata Solo che semplicemente non mi venne mai in mente di ritenermi malato Pensavo di essere precipitato
in un disastro esistenziale di cui la mia infelicità era la naturale conseguenza, proprio come se mi fossi tirato una martellata sul dito ritrovandomi ferito, dolorante e molto arrabbiato con me stesso Temevo che non ne sarei mai uscito, che sarei rimasto solo per sempre, che le mie finanze non si sarebbero mai risanate, che il mio divorzio fosse un’iniziazione alle difficoltà della vita reale Parlai di questo e altro durante le mie sedute di psicoterapia, e mi resi conto di una serie di cose che non avevo mai voluto sapere su me stesso, mi meravigliai di come alcuni capitoli a lungo (e per fortuna) dimenticati della mia vita si fossero abilmente insinuati nel mio risveglio esistenziale, della malafede di cui ero capace e del dolore che poteva causare in me e negli altri;
ma né io né il mio terapeuta, a quanto mi ricordi, parlammo mai di me come
di un malato Qualunque cosa avessi, sembrava solo un brutto episodio che dovevo sopportare, o a cui almeno dovevo abituarmi, mentre facevo del mio meglio per superarlo
Non è che non pensassi alla depressione come a una malattia, almeno
sul lavoro Ma associavo quella depressione a pazienti come Evelyn Una
donna già in lacrime la prima volta che andai a chiamarla in sala d’aspetto;
mi disse che la sua vita era una continua agonia Ogni conquista si trasformava in una punizione, e i suoi successi professionali, l’amore della sua famiglia, persino il sole che stava sorgendo in quella bellissima giornata
di primavera, la facevano solo stare peggio Si credeva una specie di Frankestein, che se ne sta fuori dalla finestra a guardare la famigliola di umani che vive felice e contenta al calduccio, dentro casa Mi disse di essersi rivolta a me perché aveva di recente accettato un invito per una vacanza gratuita alle Hawaii, e, man mano che la data si avvicinava, era sempre più attanagliata dalla paura «È per le aspettative di godersela come chiunque altro, e per la luce, per quel sole onnipresente, che di sicuro mi annienterà»
mi disse «So che non si potrebbe desiderare di meglio, e che per me invece non è abbastanza, è per questo che mi odio ancora di più» Si fermò, mi guardò fisso negli occhi e mi disse a bassa voce, quasi bisbigliando: «Spero che quel cazzo di aereo precipiti»
Poi venne Ann, la biologa che aveva messo fine a una promettente carriera da ricercatrice per sposare un camionista che la picchiava e che
Trang 21l’aveva lasciata, portandosi via loro figlio Era certa di meritarsi tutto, insieme a qualunque altro fallimento o cosa indegna, e la sua giornata poteva dirsi rovinata se qualcuno le faceva un complimento Era una fine conoscitrice del disagio, aveva più termini per descrivere il proprio umore malinconico di quanti ne abbiano gli eschimesi per la neve, si torceva le mani senza sosta e versava fiumi di lacrime mentre parlava, ma si mostrava sempre sorpresa quando mettevo in luce questi aspetti o esprimevo le mie preoccupazioni a riguardo E non era solo sorpresa: mi diceva spesso che il solo fatto che le prestassi quell’attenzione e che la apprezzassi le sembrava essere un punto a mio sfavore
O Barbara, che una notte mi chiamò per chiedermi: «Mi devi dire perché Dammi una ragione per cui soffro tanto» Le risposi che sapevo che soffriva, che l’avrei ascoltata, che le sarei stato vicino e mi sarei alzato nel bel mezzo della notte per consolarla, che le avrei ricordato tutte le persone che le volevano bene, tutte le cose che voleva ancora fare, ma che oltre a questo non potevo fare altro e nemmeno darle ciò che mi stava chiedendo La mattina successiva era morta, sdraiata accanto a una di quelle persone che le volevano bene Overdose di antidepressivi
Questo è il disturbo da depressione come lo vedevo allora : duro, debilitante e mortale, senza alcuna relazione con le circostanze esterne, refrattario alla consolazione (per non parlare delle cure) – e, per fortuna, raro Ferito com’ero, la mia sofferenza – e quella della maggior parte dei miei pazienti – sembrava lontana anni luce dalla sofferenza di quelle persone, e sicuramente non ricadeva nella stessa categoria diagnostica Il che non equivale a dire che i miei pazienti e io non fossimo infelici – altrimenti perché avremmo perso tempo e denaro per lamentarci con i terapeuti delle nostre vite? – ma non mi sembrava (e, a quanto ne so, non sembrava neanche
a loro) che avessimo una depressione
Almeno così pensavo al tempo Ora, può essere che non mi volessi includere nella categoria dei malati mentali; dopo tutto, quando si tratta di diagnosi, la maggior parte di noi terapeuti è molto più brava ad appiopparla che ad accettarla per sé Può anche essere che, non avendo in mente la depressione, non la riconoscessi se non nei casi più drammatici Se così fosse, gli ultimi vent’anni, in cui è diventato inconcepibile per addetti ai
lavori e gente comune non considerare l’infelicità un sintomo, costituirebbero
un trionfo senza precedenti per la sanità pubblica
Trang 22Potrebbe anche essere, però, che la depressione si sia diffusa come Wal-Mart, colonizzando porzioni sempre maggiori di terreno psichico, e che, proprio come Wal-Mart, questa rapida proliferazione di diagnosi, a prescindere dalla loro utilità e dalle loro ricadute economiche, sia la sua forma di pestilenza Forse l’epidemia di depressione non è tanto dovuta alla scoperta di una malattia a lungo ignorata, ma alla riconsiderazione in termini
di malattia di una larga sezione dell’esperienza umana In questo senso, la depressione è una malattia culturalmente trasmissibile, per cui il contagio non
avviene tramite qualche microbo o gene, ma attraverso un’idea trasmessa da
mezzi più o meno raffinati, tra cui, ad esempio, la pubblicità per i farmaci con obbligo di ricetta; o il dominio senza scrupoli da parte dell’industria farmaceutica dell’educazione sanitaria, della ricerca e delle pratiche mediche;
o le tremende statistiche; le leggi statali che impongono alle compagnie di assicurazione di rimborsare le cure antidepressive come se si trattasse di
diabete o cancro; un nuovo DSM con ulteriori specie di depressione; o
normali conversazioni quotidiane con amici a cui è stata diagnosticata una depressione o già in cura Veicolata da questi e altri mezzi, si è diffusa l’opinione per cui i nostri dolori, i nostri dispiaceri e la nostra disperazione sono i segni di una malattia pervasiva, fino a radicarsi (l’opinione, non la malattia) in quasi ognuno di noi Vent’anni (e qualche attacco di profonda infelicità) dopo il mio episodio sul pavimento, sarebbe impensabile sentirmi come quel giorno e non giungere alla conclusione di essere malato Faccio fatica ad accettare questo pensiero, ma vivo nello stesso «clima di opinione»
in cui vivi tu, per cui devo confessare che ancora non so se la mia resistenza sia un errore
Nel mio ufficio c’è un lettino Spesso chi entra lo guarda, dissimulando con una battuta il proprio nervosismo, e poi si siede su una sedia Ogni tanto qualcuno ci si sdraia anche sopra, in una conscia parodia dello stereotipo freudiano Credo che i pazienti si siano accorti che l’ufficio sarebbe molto
più bello senza il lettino Non è solo un cliché; è anche brutto, e troppo
grande per la stanza Ma è perfetto per farci un sonnellino, ed ecco perché rimane al suo posto Da che io ricordi, ogni pomeriggio verso le due la mano
di Morfeo emerge dal mondo sotterraneo e mi prende per il collo Resistere è quasi impossibile, e non ho mai fissato appuntamenti di primo pomeriggio
Trang 23per non cacciarmi in situazioni imbarazzanti e mandare su tutte le furie i pazienti appisolandomi nel bel mezzo del loro travaglio
Si dà però il caso che dormire spesso – più di mezz’ora al giorno, quattro (o più) giorni alla settimana – sia sintomo di depressione (Non sembrano fare eccezione i paesi, ad esempio la Spagna, in cui la siesta scandisce la giornata, ma probabilmente i terapeuti locali si sono regolati di conseguenza) Dopo la fine del mio primo matrimonio, in effetti, di sonnellini
ne facevo, anche se non ne ho tenuto traccia Un giorno, in quel periodo, stavo dormendo con gusto quando fui svegliato da una chiamata di mio padre Mi dimenticai quasi subito della nostra conversazione, ma non della sensazione di ansia nauseante che avevo provato mentre lottavo contro l’intontimento
«Paura», dissi alla mia terapeuta, dalla quale avevo un appuntamento il giorno successivo «Una sensazione di paura e disprezzo per me stesso Cioè,
lui era lì che lavorava sodo, era in piena attività, funzionava» – mi aveva
chiamato dall’ufficio, dove fino ai settant’anni, quando era andato in pensione, aveva passato dieci ore al giorno – «e invece io ero lì a perdere tempo, spaparanzato sul divano in pieno giorno»
«E cosa pensi che significhi?», mi chiese lei Gliel’avevo servito su un piatto d’argento, un bel drammone edipico condensato in una sola scena «Mah, forse non vuole dire proprio nulla Mi è sembrato, come dire, un
Non è più un’idea balzana Ci sono vari modi per distinguere i diversi stati depressivi l’uno dall’altro Ad esempio, dopo aver ascoltato le storie che racconto qui, potreste concludere che esistono tre tipi di depressione: una che dipende dal temperamento, quella di chi pensa che il mondo dopotutto non sia un luogo così felice; un’altra che sembra esistere da sempre e non ha ragioni apparenti, e infine quella che arriva dopo un brutto colpo La depressione di Evelyn è un buon esempio del primo caso, quella di Ann del secondo e, se devo inquadrare anche la mia, direi che ricade nel terzo Ci
sono poi delle distinzioni formali Ad esempio, prima del DSM-III i medici
Trang 24parlavano di disturbo maniaco-depressivo, 16 in cui i pazienti oscillavano tra due poli; di reazione psicotica involutiva,17 una condizione di delirio di colpa
e di disprezzo di sé che si manifestava durante la mezza età; e di nevrosi depressiva,18 la comune infelicità che gli psicoanalisti curavano negli anni d’oro della psicologia freudiana Se queste distinzioni avessero un certo valore o meno, o se fossero basate semplicemente sulla moda del tempo, è difficile a dirsi Ma è chiaro che non esistono più A un certo punto, nei vent’anni trascorsi da quando la mia terapeuta rideva di me, le «bestioline» le hanno fatte fuori
In Against Depression (Contro la depressione), il seguito della Pillola
della felicità, Peter Kramer scrive: «La depressione non è qualcosa di più né
qualcosa di meno di una malattia, è una malattia in piena regola».19 La depressione non è solo una reazione a determinate circostanze, sostiene, anche se a causarla possono essere determinati eventi nella nostra vita Non è
né un segno di sensibilità, intelligenza o intuito, né un tipo di sofferenza che affonda le radici nell’universo sociale o politico; non è nemmeno una disperata consapevolezza di ciò che abbiamo fatto al mondo, né una reazione alle tragedie della vita come la morte e l’inevitabilità della perdita
Di certo, prosegue Kramer, l’incapacità di capire che la depressione è semplicemente una malattia, un altro modo in cui il nostro corpo ci colpisce a tradimento, senza nessuno scopo, priva di senso come la tubercolosi (che, ci tiene a precisare, un tempo veniva considerata segno di raffinatezza), è di per
sé indice di una visione delle cose diffusa e di vecchia data, ma profondamente sbagliata: l’idea cioè che la melanconia sia segno di una comprensione profonda della vera natura dell’esistenza
Kramer paragona la depressione a un «governo abusivo»20 che sembra aver colonizzato la nostra coscienza collettiva e che, con un’abile opera propagandistica, ci ha spinti a credere che sia qualcosa più di una malattia Sotto un tale regime si fatica a capire che, quando ci si ritrova sul pavimento del proprio studio con la sensazione che qualcuno abbia aumentato la forza di gravità, si soffre in realtà di una malattia bella e buona come ad esempio l’appendicite E si è in pericolo, proprio come se si ignorasse un dolore avvertito nel basso ventre Kramer confessa di essere stato egli stesso vittima
di una tale ideologia: non come melanconico, ma come psichiatra Se ne
Trang 25accorse, scrive, quando una paziente, una volta che i farmaci avevano fatto effetto, lo aveva rimproverato di dedicare troppa attenzione alla ricerca del vero significato della sua depressione Ed ecco che aveva cambiato idea, e nel suo libro spinge tutti, medici e pazienti, a fare lo stesso
Stiamo assistendo a un passaggio epocale, prosegue Kramer, per cui presto «l’eradicazione della depressione sembrerà irrilevante … se considerato come obiettivo della società».21 C’è solo ancora un ostacolo, scrive Kramer: l’ignoranza Assume diverse forme, e una di queste sono le persone come me e altri, critici dell’industria della depressione che – si legge
in Against Depression – restano stupidamente ostaggi di quel potere coloniale
e si fissano su certi punti Ad esempio sul fatto che il numero di depressi ha avuto un’impennata proprio quando le industrie farmaceutiche hanno introdotto gli SSRI, o che i criteri diagnostici non distinguono tra dolore e depressione e che quindi la diagnosi rischia di comprendere anche i dispiaceri della vita quotidiana Le persone che insistono su questi aspetti, come suggerito implicitamente dal titolo del libro, sono con tutta probabilità a favore della depressione, che piaccia o meno
A rischio di sembrare come l’uomo che nega spudoratamente quando gli chiedono se picchia ancora la moglie, dirò che non sono affatto a favore della sofferenza che ha logorato Evelyn e Ann e ha ucciso Barbara, quella che mette in ginocchio le persone, che le costringe a letto per mesi o anche per anni Anzi, non sono a favore della sofferenza di nessun genere Se critico l’idea che la depressione sia una malattia, non mi sto augurando che l’angoscia regni sovrana (Né penso che dobbiamo proteggere il dolore dai medici che cercano di liberarcene; qualcosa mi dice che la sofferenza psichica non scarseggerà mai) Il dolore, psicologico o di altra natura, è un dato di fatto, né buono né cattivo in sé, né redenzione né flagello Può anche darsi che abbia un ruolo nell’evoluzione della specie – forse sopraggiunge per avvisarci che c’è qualcosa che non va o che dobbiamo inventarci qualcosa – ma non è difficile immaginare che possano esistere altri modi per adempiere a questa funzione, magari meno dolorosi
La divisione del mondo in forze a favore e contro la depressione è falsa come ogni altro schema manicheo Siamo tutti contro la depressione, come siamo contro la guerra, la pedofilia e il riscaldamento globale Bisogna semmai accertare chi sia effettivamente depresso, cioè quali vite interiori siano patologiche secondo il nuovo regime della depressione, e che cosa resta
Trang 26da fare ai depressi Ecco perché è importante capire che cosa intendono con
le loro diagnosi i medici che curano la depressione, e da dove vengono quelle diagnosi: perché essere dichiarati malati ha i suoi oneri A meno che non siate una casa farmaceutica, per cui l’unico onere di una malattia diffusa per cui si possiede la cura è capire come reinvestire i profitti
Mi piacerebbe poter dire che questa concezione della felicità così legata
al profitto è opera degli uffici di marketing delle grandi industrie farmaceutiche Così, sarebbe molto più semplice convincere a resistere a tale concezione Ma anche se avrei tante storie da raccontare su come la furbizia delle industrie farmaceutiche sfiori l’immoralità, provare che faranno di tutto pur di vendere i propri farmaci non sarebbe più utile che sventare un giro di gioco d’azzardo a Casablanca Vale la pena di farlo quando i soliti sospetti si comportano in modo sospetto: per esempio quando si scopre che un sito come depressionisreal.org è finanziato da Big Pharma.22 Ma sarebbe un errore vedere in questo la dimostrazione che le industrie farmaceutiche stanno cospirando per cambiare il modo in cui pensiamo noi stessi per far dipendere il nostro benessere da loro
I pezzi grossi delle industrie farmaceutiche fanno semplicemente ciò per cui sono pagati fior di dollari: fanno cavalcare l’onda dei tempi alle loro aziende E i tempi, con un aiutino da parte di Big Pharma, hanno fornito consumatori ideali per i loro prodotti: persone convinte che i medici debbano curare la loro infelicità
La storia dell’invenzione e della produzione della depressione è un segreto sfuggente, difficile da carpire Gran parte di ciò che mi accingo a raccontare non si trova sepolto negli archivi delle aziende Si tratta di cose ovvie quanto una pubblicità del Prozac, o come le cinquantamila copie di
Recognizing the Depressed Patient (Riconoscere il paziente depresso) che la
Merck distribuì ai medici nel 1963 o Symposium in Blues, la compilation
blues commissionata alla RCA tre anni dopo la cui custodia conteneva le istruzioni per la prescrizione dell’ultimo antidepressivo lanciato sul mercato Sono tutte informazioni che trovate già nero su bianco nella letteratura scientifica, in pagine che documentano, accanto ai passi da gigante delle neuroscienze, la scarsa efficacia degli antidepressivi e l’incapacità della teoria sugli squilibri della serotonina di spiegare la depressione È chiaro che
Trang 27durante il secolo scorso in medicina si è instaurato un clima favorevole all’idea per cui la malattia è un fatto biochimico, salute e malattia sono categorie scientifiche e i medici sono dispensatori di pallottole magiche mirate alle molecole cattive Queste cose ormai si leggono su tutte le prime pagine dei giornali, dove storie di lotta alla droga ci mettono quotidianamente davanti alla confusione che regna sull’assunzione di sostanze che influiscono sull’umore; una confusione che sembra apparentemente risolversi quando invece le assumiamo per curare una malattia
Questa è la materia prima della depressione e viene trattata alla luce del sole, nascosta, come la lettera rubata di Poe, sotto gli occhi di tutti Ti mostrerò come la depressione è stata fabbricata davanti a noi, non per negare che esiste, o che, in alcuni casi, possa essere considerata una malattia curabile con i farmaci, ma per fornirti altri strumenti che ti aiutino a decidere che fare quando ti assale una tristezza ostinata e ti ritrovi dal medico Perché Peter Kramer ha sia torto sia ragione quando parla di clima di opinione: ha ragione nel dire che la psicofarmacologia è indice di un grande cambiamento del clima, ma ha torto quando dice che non vale la pena di perder tempo
«interrogandosi sulle virtù» del nuovo clima Una volta chiarito il modo in cui l’infelicità è diventata una malattia da curare con dei farmaci, e una volta compreso che c’è qualcosa nella depressione che non ha nulla a che vedere con la biochimica, si apriranno nuove possibilità accanto a «è tutto nella testa» o «è tutto nel cervello» Se l’idea che la depressione è una malattia ha motivazioni sia storiche sia scientifiche, se, insomma, è una storia sulla nostra sofferenza, allora sarà possibile cercare altre storie o raccontare la propria Potremo ottenere informazioni che il medico magari non conosce, cercare alternative, opporre resistenza al regime, oppure scegliere, perché sembra giusto a noi e non perché un medico riempito di soldi dalle industrie farmaceutiche ci dice di farlo, di prendere quella storia per buona
Non dirò che non ho nulla da perdere Se scrivo questo libro è anche perché penso che l’industria farmaceutica, a prescindere dalle intenzioni, ha ormai troppo potere sulla nostra vita interiore: il potere di dare un nome al nostro dolore e di venderci la cura, pillola dopo pillola Ma anche se sono uno psicoterapeuta, non penso che l’unica alternativa sia quella che vendo a ore nel mio studio, benché resti convinto che la mia è forse l’unica professione costruita sull’idea che cambiare la storia che raccontiamo sul nostro dolore può alleviarlo E so, per la mia esperienza di terapeuta e, come dirò tra poco,
Trang 28di persona ufficialmente depressa, che le sostanze chimiche – non necessariamente quelle che vende la Pharma – funzionano Ma questo non significa che la depressione – la tua, la mia o quella di chiunque altro – sia la malattia descritta dai medici che la curano
Trang 29
2
Giobbe contro i suoi terapeuti
In genere le storie della depressione partono da Ippocrate,23 il famoso medico dell’antica Grecia.24 E con ragione Autore del giuramento con cui i medici si impegnano a non fare del male, a non uccidere né sedurre i propri pazienti, Ippocrate ha posto le basi della medicina occidentale, insistendo sul fatto che compito del medico è acquisire il maggior numero possibile di dettagli sulle sofferenze del paziente usando i cinque sensi Quando diceva ai suoi discepoli di cercare la verità studiando il fenomeno della malattia in sé, Ippocrate li stava in realtà spronando a lasciare gli dei fuori dal loro studio Dell’epilessia, conosciuta allora come «morbo sacro», scriveva: «per nulla –
mi sembra – è più divino delle altre malattie o più sacro ma ha struttura naturale e cause razionali».25 Quest’idea – che le malattie esistano in natura e spetti al medico trovarle e, se possibile, curarle – è la stessa che troviamo alla base dell’odierna medicina, e quindi anche della cura della depressione
Una delle malattie studiate da Ippocrate ha qualcosa in comune con quella che oggi chiamiamo depressione «Paura e tristezze prolungate
possono essere chiamate melancolia»26 scriveva il medico greco; e il paziente melanconico, che soffre di un eccesso di bile nera (traduzione letterale del
greco melancholia ) mostra «avversione nei confronti del cibo, insonnia,
irritabilità e irrequietezza».27 Si narra che Ippocrate abbia curato la melanconia del re di Macedonia intuendo che fosse segretamente innamorato della concubina del padre scomparso e prescrivendo che il suo desiderio fosse soddisfatto (viene da chiedersi se Ippocrate avesse mai sentito parlare
di Edipo).28
È facile capire perché i medici che curano la depressione vogliano a tutti i costi arruolare il padre della medicina tra le fila dei sostenitori della depressione come malattia Dopotutto sono i vincitori a scrivere la storia, quindi perché non reclamare quest’eredità? Ora, anche tralasciando il fatto che molto di quanto hanno scritto Ippocrate e i suoi seguaci ha un che di fantasioso – ad esempio che «segno mortale è ancora dormire sempre con la bocca aperta» o che stare sdraiati «con le braccia e le gambe penzolanti in posizione irregolare e nude è cattivo segno»29 – è comunque giusto chiedersi
Trang 30perché, se la depressione è una malattia tanto comune e Ippocrate ha studiato
in lungo e in largo la sofferenza umana, il suo lavoro sulla melancolia sia così esiguo I suoi appunti sull’argomento sono disseminati all’interno delle sue opere e non ci viene detto molto: ad esempio non si spiega in che modo il problema sia legato ad altri disturbi delle vie biliari, dall’ipersessualità alle emorroidi (malattia a cui, diversamente dalla melanconia, è dedicato un intero libro).30
La scarsa attenzione di Ippocrate nei confronti della melanconia non implica che la depressione non sia una malattia Ma chiamare in causa Ippocrate per affermare il caso contrario è un po’ come dire che George Washington è un’autorità in materia di dentiere e abbattimento di ciliegi: il fatto che fosse un grande statista e abbia avuto esperienza in materia31 non significa che bisogna per forza privilegiare il suo punto di vista Esiste però
un resoconto sulla depressione molto più sostanzioso di quello di Ippocrate, e molto più vicino alla versione attuale della malattia Ed è ben più antico Secondo uno studioso,32 non appena l’uomo cominciò ad avere una coscienza
di sé e a scrivere con lo stilo sulla tavoletta di terracotta – nella civiltà sumera
in Mesopotamia intorno al 5000 a C., 4500 anni prima di Ippocrate –, tramandò la storia di un caso eclatante (Sarebbe sbagliato concludere a partire da questa antica testimonianza che la depressione, un po’ come il comune raffreddore, esiste dalla notte dei tempi Dopotutto non sappiamo
nulla della vita interiore dell’Homo sapiens per i circa 200 000 anni
precedenti l’avvento della scrittura; per cui la sua apparizione agli albori della storia potrebbe semplicemente significare che l’uomo cominciò a provare sconforto nel momento in cui ebbe una tale coscienza di sé da sentire
il bisogno di consegnarla alla parola scritta) La versione sumera della storia
è in frammenti, ma gli ebrei finirono per incorporarla nella loro Bibbia Da allora è diventata una delle storie più conosciute al mondo, se non la più amata
Povero Giobbe! Colonna di Uz e patriarca di una grande famiglia, uomo timorato di Dio, attento a evitare ogni contatto con il Male, «il più grande fra tutti i figli d’Oriente»,33 Giobbe è intento a curare i propri affari –
e non è cosa da poco a scorrere la lista che troviamo nella Bibbia: «settemila pecore e tremila cammelli, cinquecento paia di buoi e cinquecento asine, e molto numerosa era la sua servitù» – quando Satana sfida Jaweh a duello sulla sua virtù
Trang 31
Forse che Giobbe teme Dio per nulla? Non sei forse tu che hai messo una siepe intorno a lui e alla sua casa e a tutto quello che è suo? Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani e i suoi possedimenti si espandono sulla terra Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha, e vedrai come ti maledirà apertamente!34
Rabbini e preti hanno discettato a lungo sulle responsabilità di Jaweh nella confusione che seguì, se abbia ordinato il colpo come un padrino o se abbia semplicemente chiuso un occhio mentre Satana commetteva il torto,
ma dal punto di vista di Giobbe poco importa In ogni caso quella che per Jaweh era una scommessa per lui fu una rovina In un solo giorno, i nomadi
si prendono buoi e asine e uccidono gli schiavi, le pecore e i pastori vengono fulminati, i cammelli se li portano via i caldei e poi, ultimo di una serie di cattivi presagi, i suoi figli muoiono in una tempesta
Con grande scorno di Satana, Giobbe conserva la propria fede Ma ancora una volta il Principe dell’Oscurità ha la meglio sull’insicurezza di Jaweh, e punisce Giobbe «con una piaga maligna, dalla pianta dei piedi alla cima del capo».35 La moglie cerca di portarlo sulla cattiva strada «Maledici Dio», gli dice, «e muori», ma Giobbe non ne vuole sapere «Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremo accettare il male?»36
La storia potrebbe chiudersi sull’immensa pazienza di Giobbe, se non fosse per l’arrivo di tre vecchi amici – Elifaz, Bildad e Zofar – accorsi con il pretesto di consolarlo Piangono, si strappano le vesti, poi si siedono accanto
a Giobbe per sette giorni e la loro visita si trasforma nel rituale del lutto Durante quella settimana succede qualcosa – forse Giobbe si rende conto della portata delle proprie disgrazie, forse è il dolore delle ulcere che lo mina
e lo sfigura, o forse capisce che le persone che sono lì a consolarlo in verità
stanno osservando la shiva per lui e non con lui, che privato della propria
ricchezza, della famiglia e della dignità è un uomo morto Quale che sia la ragione per questo cambiamento, Giobbe confessa finalmente la tremenda verità: ha perso la voglia di vivere
Perisca il giorno in cui nacqui
e la notte in cui si disse: «È stato concepito un maschio!»
Trang 32Quel giorno divenga tenebra,
non se ne curi Dio dall’alto,
né brilli mai su di esso la luce.37
E come se non bastasse, dice agli amici di desiderare ciò che sicuramente lo aspetta dopo la morte:
Così, ora giacerei e avrei pace,
dormirei e troverei riposo
con i re e i governanti della terra,
che ricostruiscono per sé le rovine,
o con i principi, che posseggono oro
e riempiono le case d’argento
Oppure, come aborto nascosto, più non sarei,
o come i bambini che non hanno visto la luce
Laggiù i malvagi cessano di agitarsi,
e chi è sfinito trova riposo.38
Non tutte le persone con tendenze suicide sono depresse A volte covano rabbia o sono intrappolate in situazioni disperate ; se sono malati terminali, stanno già morendo e sono quindi pronti a prendere in mano la situazione Ma Giobbe è anche irritabile, non si dà pace, rifiuta il cibo e le preghiere o qualunque cosa che prima gli dava piacere E come per Evelyn – come per ogni persona depressa che mi è capitato di incontrare – la luce del giorno è una tortura, se non addirittura una beffa «Perché dare la luce a un infelice?»,39 chiede ai suoi amici, «a un uomo, la cui via è nascosta?»40 Non è
un caso che i due resoconti di depressione più recenti e famosi – Un letto di
tenebre di William Styron e Il demone di mezzogiorno di Andrew Solomon
(che prende a prestito la metafora dal salmo 91, citato anche da Giobbe) – ricorrano a questa immagine Questo abbattimento totale, il sentirsi così demoralizzati da vedere un rimprovero nella luce e l’angoscia nelle tenebre ci
fa interpretare il desiderio di morte di Giobbe come un sintomo di ciò che chiamiamo depressione
Non mi sentirei di dire che la colpa per il pietoso stato psicologico di Giobbe sia dei suoi terapeuti Penso che sia praticamente impossibile abituarsi alla presenza di qualcuno che «si nutre di gemiti e i cui ruggiti sgorgano come acqua», per usare le parole di Giobbe, qualcuno che si rivolge
a te per trovare conforto e però non esita a dirti che ciò che gli offri non fa che peggiorare la situazione Provi a resistere all’impazienza e alla paura,
Trang 33cerchi le parole in grado di squarciare quello che Hawthorne chiamava «il velo nero», di arrivare nei recessi della psiche che ancora non sono precipitati nel buio totale, sperando di trovare qualcosa di meglio di ciò che gli amici hanno offerto a Giobbe Ma continui a chiederti come pensino di aiutarlo con accuse mascherate da domande, come queste: «Ricordalo: quale innocente è mai perito / e quando mai uomini retti furono distrutti?»41
O questa: «Può l’uomo essere più retto di Dio, / o il mortale più puro del suo creatore?»42
Con dei consolatori così, ci volevano anche le ulcere? Certamente è quello che si chiede Giobbe quando li chiama «medici da nulla» e aggiunge:
«Magari taceste del tutto! / Sarebbe per voi un atto di sapienza!»,43 o quando chiede: «Fino a quando mi tormenterete / e mi opprimerete con le vostre parole?»44 Però non ordina loro di stare zitti o di andarsene con la loro santimonia Da un lato la sua integrità è stata messa in dubbio, e ora deve difendersi; possiamo però anche immaginare che Giobbe li ascolti nella speranza di sentire qualcosa che gli dia finalmente conforto: se non una cura, almeno una spiegazione di quanto gli è successo, in grado di farlo tornare a credere che la vita è giusta e Dio equo, o una spiegazione che, dandogli una ragione per la sua sofferenza, lenisca il suo dolore
Giobbe, però, non sta pagando per sentire le risposte di questi sedicenti medici Certo, i loro tentativi di consolarlo sembrano animarlo Con toni sempre più accesi e in modo dettagliato, Giobbe perora la propria causa: se questo è successo a lui, allora la vita stessa è così ingiusta da essere crudele e senza senso
L’uomo non compie forse un duro servizio sulla terra
e i suoi giorni non sono come quelli d’un mercenario?
Come lo schiavo sospira l’ombra
e come il mercenario aspetta il suo salario,
così a me sono toccati mesi d’illusione
e notti di affanno mi sono state assegnate
Se mi corico dico: «Quando mi alzerò?»
La notte si fa lunga e sono stanco di rigirarmi fino all’alba 45
Lentamente, inesorabilmente, il personale diventa universale, il desiderio di morte in cui Giobbe vede una fuga dal proprio dolore diventa un atto di accusa contro le ingiustizie della vita:
Perché i malvagi continuano a vivere,
Trang 34e invecchiando diventano più forti e più ricchi?
La loro prole prospera insieme con loro,
i loro rampolli crescono sotto i loro occhi 46
Di qui è breve il passo verso un ostinato pessimismo, verso il rifiuto dell’esistenza stessa:
Invece l’uomo, se muore, giace inerte;
quando il mortale spira, dov’è mai?
Potranno sparire le acque dal mare
e i fiumi prosciugarsi e disseccarsi,
ma l’uomo che giace non si rialzerà più,
finché durano i cieli non si sveglierà
né più si desterà dal suo sonno.47
Per finire, la blasfemia: Giobbe non ha remore «A Dio vorrei fare rimostranze»,48 dice l’uomo che all’inizio della sua settimana di lutto non la pensava così
L’impudenza di Giobbe desta una certa ammirazione: in fondo sta invitando Dio alla resa dei conti Se sapesse quello che sappiamo noi – che è stato fregato dal Signore dell’universo – saprebbe anche di avere colto Dio con le mani nel sacco Certo, il modo in cui Giobbe scommette a proprio sfavore ha un che di perverso, come se la conferma del fatto che non vale la pena di vivere – cosa su cui insiste con il creatore – sia una consolazione per quanto sta soffrendo Ma i pazienti depressi a volte si comportano così: si fissano sull’inutilità della propria vita e della vita in generale, a tal punto che non sai più se dare loro ragione o pensare che il loro pessimismo, come disse William James di Arthur Schopenhauer, assomiglia a «quello di un cane che piuttosto di rinunciare ad abbaiare al mondo, lo considera ben peggiore di quanto in realtà sia».49
Insomma, non sai se interpretare la desolazione come un sintomo, come
fa Elifaz:
Potrebbe il saggio rispondere con ragioni campate in aria
e riempirsi il ventre del vento d’Oriente?
Si difende egli con parole inutili
e con discorsi inconcludenti?
Ma tu distruggi la religione
e abolisci la preghiera innanzi a Dio
Infatti la tua malizia istruisce la tua bocca
Trang 35e scegli il linguaggio degli astuti
Non io, ma la tua bocca ti condanna
e le tue labbra attestano contro di te.50
O, come direbbe un Elifaz dei nostri giorni, concludere che Giobbe oppone un diniego ostinato e non riesce a capire che il suo disordine interiore
ha influenzato la sua visione del mondo esterno, che «è l’uomo che genera pene, come le scintille volano in alto».51
Tutta la storia gira attorno alla vita interiore di Giobbe fin dall’inizio, da quando Dio e Satana si sfidano sulla sua pietà: è autentica o indotta dall’alto? Elifaz fa il passo successivo Messo di fronte allo sconforto di Giobbe, si comporta esattamente come chi cura la depressione; prima si appella alla propria idea di uomo, di come dovrebbe essere un uomo – cioè qualcuno in grado di sopportare le avversità senza perdere la fede e la pietà – e poi conclude che il problema di Giobbe è la sua incapacità di essere tale Se Giobbe fosse sano, direbbe un moderno Elifaz, non si abbatterebbe così, ma sarebbe capace di capire come si è cacciato in tali e tanti problemi (se non è responsabile delle catastrofi in sé, lo è comunque della sua reazione a esse) Sarebbe capace di affrontare le difficoltà e di andare avanti, con lo sguardo rivolto a un futuro in cui, secondo Elifaz,
sarai al riparo dal flagello della lingua,
né temerai quando giunge la rovina
Della rovina e della fame riderai
né temerai le bestie selvatiche;
con le pietre del campo avrai un patto
e le bestie selvatiche saranno in pace con te
Vedrai che sarà prospera la tua tenda,
visiterai la tua prosperità e non sarai deluso
Vedrai che sarà numerosa la tua prole,
i tuoi rampolli come l’erba dei prati.52
Se solo fosse abbastanza devoto, Giobbe sarebbe in grado di fronteggiare le catastrofi senza perdersi d’animo
Nella storia di Giobbe si trova un’anticipazione di fenomeni decisamente moderni, e si è tentati di dire che il suo è un caso non diagnosticato di depressione e che, se chi lo consolava avesse avuto dei ricettari e fosse stato a conoscenza della terapia cognitivo-comportamentale, avrebbe potuto alleviare la sua sofferenza Tuttavia, il contributo di Giobbe
Trang 36alla nostra moderna concezione della depressione è ben più importante e una lettura di questo tipo rischia di non coglierlo Agli albori della storia, messi davanti allo smarrimento causato dalle perdite e al grado di disperazione a cui l’uomo poteva giungere, coloro che si attribuiscono il ruolo di medici cercano
di inquadrare il pessimismo come patologia propria della persona che ne soffre Ma se si sposta per un momento l’attenzione da chi consola al momento in cui Jaweh pronuncia la propria sentenza «dal cuore della tempesta», dicendo a Giobbe che è insignificante e impertinente, che la sua debole nozione di giustizia è del tutto irrilevante per la nuda maestà della creazione, si capisce che la partita è persa in partenza: la colpa non è della creazione, non di un dio che è pronto a sacrificare il suo seguace più devoto
o, più in particolare, di un dio che getta un uomo con un forte senso della giustizia in un mondo in cui gli dei giocano a dadi con il nostro destino; la colpa è dell’uomo stesso La desolazione di Giobbe è un insulto alle convinzioni di chi lo cura, che in tutta risposta gli appioppa una diagnosi
«Nella sua forma più comune», scrive Peter Kramer in Against
Depression, «la depressione è un disturbo della valutazione emozionale
dell’esperienza».53 Le persone, colpite dalle inevitabili disgrazie della vita, perdono la capacità di rialzarsi, quella che Kramer chiama «resilienza» Il risultato è descritto come «una visione immutabile e tragica della condizione umana»54 che impedisce alle persone di andare avanti «in maniera positiva e ottimista».55 Questo è il problema di Giobbe visto da uno psichiatra: non solo non riesce ad accorgersi che sta annegando nella negatività, ma neanche che
il vero problema è proprio il suo atteggiamento È convinto – e sbaglia – di non avere una visione patologica delle cose ma di comprendere lucidamente
la verità sul proprio dolore e sul mondo
Questa incomprensione, dice Kramer, percorre in modo carsico la cultura occidentale, una cultura che secondo lui valorizza la depressione perché è dominata dai depressi «La nostra estetica e le nostre preferenze intellettuali sono state orientate da coloro che soffrono … e non poco», scrive «Se i misconosciuti legislatori del mondo … hanno tendenze depressive, allora forse sarebbe il caso di capire da dove vengono i nostri giudizi di valore circa le visioni pessimistiche sulla condizione umana».56 Per Kramer si tratta di giudizi viziati : risponde alla loro popolarità e alla loro
Trang 37influenza con una diagnosi
Non tutti i medici che curano la depressione sono chiari e comunicativi come Kramer, ma penso che basti lui a parlare per loro; perlomeno ha spiegato una delle ragioni per cui tanta parte della nostra sofferenza psicologica è classificata come depressione La tristezza non diventa
depressione finché non dura per un po’: ufficialmente, secondo il DSM, per
due settimane E che cosa succede il quindicesimo giorno? Chi cura la depressione dirà che i parametri sono stabiliti su basi statistiche Tuttavia, come in molti altri casi quando si parla di depressione, la logica è circolare: il numero è stato ricavato a partire dall’esperienza di soggetti che i medici consideravano già depressi Sta quindi a noi immaginare che si tratti una questione di persistenza Dopo due settimane, a quanto sembra, la desolazione rischia di trasformarsi in visione tragica e immutabile, il che non
è solo spiacevole, ma è quasi un tabù in una società dedita alla ricerca della felicità; e per ragioni differenti era un tabù anche nella terra di Uz In altre parole, la tristezza diventa depressione quando si trasforma in pessimismo L’arbitrarietà della sorte, la quasi certezza che catastrofi si abbatteranno
su di noi quando meno ce l’aspettiamo, l’ineluttabilità della morte, una natura che dispensa più dolore che piacere, insomma, tutte le carte truccate dell’esistenza umana mettono a dura prova l’ottimismo, se non sono proprio chiari inviti al pessimismo, anche prima che ci si metta a pensare a tutte le malefatte che abbiamo combinato alla civiltà e alla natura Ma non voglio remare contro l’ottimismo, o – per amor di Kramer! – legittimare il pessimismo Vorrei solo rilevare come i medici che curano la depressione si comportano esattamente come Elifaz e i suoi compari La psicologia avrà anche rimpiazzato la teologia, ma sempre di patologie si tratta: per Kramer, proprio come per Elifaz, il pessimismo è un sintomo di un disagio interiore «Con queste medicine sono finalmente me stesso»:57 sono le parole dei pazienti di Kramer una volta liberati dalla depressione Certo, questo può voler dire che sono guariti, che essere capaci di «ridere della siccità e del gelo» significa sentirsi secondo natura Ma potrebbe anche essere che, divenuti un’altra persona grazie ai farmaci, abbandonino la visione tragica e immutabile e riescano a stare al mondo senza problemi Le accuse più comuni – e, come vedremo in seguito, fondate – al trattamento farmacologico della depressione è che non fa differenza tra normale dolore e patologia Forse però, e penso sia così, sono le diagnosi a non distinguere tra malattia e
Trang 38semplice tristezza, e nello stesso modo le cure non differenziano tra far stare bene e far sentire meglio riguardo alla propria esistenza I medici che curano
la depressione, in altre parole, rischiano di commettere gli stessi errori di Elifaz
Non voglio sembrare esagerato La mia preoccupazione non è che gli antidepressivi ci trasformino in zombie con la mente ottusa e il sorriso stampato sulla faccia Anche perché i farmaci non sono così potenti, almeno per ora Credo però che dobbiamo prestare attenzione ai momenti in cui ci sentiamo a terra Il pessimismo può essere un alleato in tempi di crisi, e penso che questo sia il nostro caso in questo momento Che il farmaco funzioni o meno, definire il pessimismo sintomo di una malattia e poi consegnare il nostro scontento all’industria farmaceutica significa rinunciare alla parte forse più importante della nostra autonomia: la capacità di guardarsi attorno e dire, come avrebbe potuto dire Giobbe: «È indegno Bisogna fare qualcosa»
Per i credenti – ai tempi di Giobbe così come oggi – la soluzione al problema è abbandonare la speranza che l’uomo sia abbastanza acuto da comprendere il senso della vita e sostituirla con la convinzione che ci sia un volere divino, per non dire imperscrutabile, dietro alla nostra sofferenza Così
il pessimismo e lo sdegno di Giobbe sparirebbero nel momento stesso in cui
si lascia ogni speranza La sua sofferenza per l’ingiustizia nel mondo si trasformerebbe in una fede in Dio, la cui giustizia va oltre i limiti dell’intelletto umano e la cui pietà può lenire il dolore (In uno dei finali che i rabbini aggiungono a un libro altrimenti troppo desolante, Jaweh concede a Giobbe di recuperare le sue ricchezze, ma Giobbe sembra non capire il gesto:
e perché in fondo non dovrebbe pensare che gli verrà tolto tutto di nuovo? E i suoi figli?)
Per chi considera la scienza una rivelazione, in ogni caso, la sofferenza
ha un destino ben diverso, e la sua cura si basa su un altro genere di trasformazioni Riponiamo tutta la nostra fede nei medici e nella loro scienza Fondata sull’idea che la conoscenza ci faccia progredire, che l’ignoranza sia l’unico ostacolo fra noi e il migliore dei mondi possibili, la medicina scientifica incarna la nostra convinzione di poterci liberare dai problemi che abbiamo Questa credenza si basa su assunti ottimistici: non solo che il mondo svelerà i propri segreti, ma anche che abbia segreti da svelare, che la
Trang 39vita abbia una legge sensata Non c’è da stupirsi se la depressione è finita in mano ai medici: la scienza è la nemica naturale del pessimismo
Dire che una particolare forma di sofferenza è una malattia vuol sempre dire andare oltre la mera constatazione che la sofferenza esiste Equivale anche a dire – come fa Kramer quando si augura che la depressione venga eliminata – che la sofferenza non è di questo mondo, che vivremmo meglio
se non ci fosse, che dobbiamo fare in modo che non ci sia Quando i medici trasformano la sofferenza in sintomo, il sintomo in malattia, e la malattia in una condizione da curare, non stanno solo facendo i medici, ma si stanno atteggiando a filosofi morali Sostenere che un male debba essere eradicato equivale a dire che esso va contro la vita che dovremmo condurre
Nel caso di alcune malattie, poco importa che la diagnosi possa avere
un lato filosofico Si fa fatica a immaginare un mondo in cui per comprendere
al meglio il cancro e il diabete non si ricorra alla categoria di malattia Ma quando la patologia è un atteggiamento, «una immutabile e tragica visione della condizione umana», e quando la cura è pubblicizzata come un ritorno al vero Sé, allora dobbiamo veramente chiederci se quell’atteggiamento vada considerato come una malattia da sconfiggere Dovremmo chiederci se per caso i medici che ci spingono a batterci contro la depressione non ci stiano in modo più o meno scaltro anche incoraggiando ad adattarci a un mondo in cui
il nostro pessimismo sembra essere un difetto bello e buono
E soprattutto, dovremmo riconoscere che parlare della nostra sofferenza, delle sue ragioni e di come affrontarla vuol dire anche parlare di come le cose dovrebbero essere Dire che un giovane è malato quando, sdraiato sul pavimento del proprio ufficio, viene preso nel vortice della propria sofferenza vuol dire dare un giudizio morale per poi ammantarlo di lessico scientifico (e la scienza ha per noi lo stesso ruolo della religione ai tempi di Giobbe) E proprio come Elifaz e i suoi compari esagerarono con Giobbe, così i medici che curano la depressione e i loro sponsor nelle case farmaceutiche hanno esagerato con noi Non sanno meglio di voi o di me che scopo abbia la vita e come ci si debba sentire al riguardo
Trang 40
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Epidemia in malva
Fui dichiarato ufficialmente depresso nel 2006 La diagnosi mi fu fatta da un eminente psichiatra del reparto Disordini dell’umore del Massachusetts General Hospital di Harvard, il quale mi disse che soffrivo di un disturbo depressivo maggiore ricorrente, moderato, con manifestazioni melancoliche
Il fatto di essere mentalmente disturbato non mi sorprese più di tanto Mi ero presentato dal medico per sottopormi a uno studio clinico su uno psicofarmaco e la diagnosi era d’obbligo
La diagnosi che mi aspettavo era però un’altra: disturbo depressivo minore Ufficialmente non è un disturbo psichiatrico, perlomeno non ancora
È catalogato nel DSM-IV, ma nell’appendice dedicata alle «diagnosi che
necessitano di ulteriori studi» Molto dipende da questo ulteriore approfondimento, soprattutto se alla diagnosi verrà attribuito il codice ufficiale a quattro o cinque cifre In tal caso la cura diverrà rimborsabile dalle compagnie assicurative e la Food and Drug Administration potrà quindi
rilasciare alle case farmaceutiche un’indicazione, cioè il diritto di dichiarare
il farmaco efficace nella cura della nuova malattia
Non tutte le diagnosi di ricerca sono azzeccate Prendiamo ad esempio
il disturbo disforico premestruale (DDPM, premenstrual dysphoric disorder)
A qualcuno sarà parso sensato classificare il DDPM come patologia psichiatrica In questo caso, lo studio clinico era finanziato dalla Eli Lilly, che voleva ricavare ancora qualcosa dal Prozac, o Sarafem,58 nome con cui era stato ribattezzato per la cura del DDPM Ma, nonostante il finanziamento
da parte di una casa farmaceutica (o forse, proprio per quello), la diagnosi è stata fortemente osteggiata dalle femministe,59 che si opponevano alla trasformazione in patologia di quella che consideravano una semplice variante del comportamento Il DDPM è stato un fiasco Relegato in fondo al
manuale, ci sono buone probabilità che scompaia del tutto dal DSM-V
previsto per il 2013
Il disturbo depressivo minore, invece, ha tutte le carte in regola per essere ufficializzato Perché venga diagnosticato, basta che siano presenti tre dei nove sintomi della depressione, 60 tra cui ci deve essere o l’umore